Francesco Basso - Ti voglio bene papà

  

Demain nous serons entourés de robots, dans un monde plus humain... Une nouvelle d’anticipation de Francesco Basso (Traduction française à la suite).

 

Ti voglio bene papà

 

 

Quei canini così aguzzi, quegli occhi così furbi e sfuggenti, li riconoscerei tra un milione. Tra un milione di sguardi, di coincidenze, di immagini. Veloce, sempre di più, tra l'erba. Sono con mio figlio, è da anni che la domenica, quando possiamo, ci troviamo qui. Inseguire lui è la nostra missione, vederlo, scovarlo e infine stanarlo. E questi boschi, così intensi, così fantastici, così mitici. Una passione quella della natura che ereditai da mio padre. Con lui venivo qui per altri scopi. Lui era un raccoglitore di funghi. Li conosceva tutti, di tutte le specie e qualità. Mi parlava sempre di questo lupo mitico, me lo faceva vedere anche, in più occasioni: Il canis lupus italicus. Estinguendo... si stava estinguendo.

Quando tornavo a casa, quand'ero bambino e poi anche da adulto, ripensavo a quei giorni, li sognavo. Li immaginavo così tanto che sorridevo, sorridevo di felicità. Sorrido ancora adesso mentre con mio figlio Massimo stiamo provando a cacciarne uno.

 

“Ora, spara!”

“Ma papà, non ce l'ho a tiro, è andato dietro quel cespuglio!”

“Spara ti dico. Adesso!”

Uno sparo sordo, spaventoso. Gli uccelli fuoriescono dalle foglie come tanti piccoli insetti colorati. Massimo si avvicina al cespuglio. Guarda di lato e lo vede.

Eccolo, lì giace immobile il lupo.

Sventrato, cavi elettrici fuoriescono dal petto, la lingua fuori dai denti. Dal buco fumante possiamo vedere un cuore metallico che ha smesso di pompare.

 

“Come hai fatto a capire che era lì dietro?” - chiede mio figlio.

“Queste riproduzioni emettono una luce così forte che trapassano il fogliame. Non è molto difficile identificarli. Il cacciatore deve sempre avere la prova che quello a cui sta sparando è un robot e non un essere vivente e questi impulsi luminosi glielo fanno capire”

 

Sì, la caccia è stata vietata in Italia dal 2036. Così specie come il canis lupus italicus possono sopravvivere. Ho ottant'anni, mio figlio ne ha quaranta. Ci allontaniamo dal robot, si sta facendo buio. Ci incamminiamo sopra la collina, dall'altra parte c'è la nostra macchina ad attenderci. Dietro di me mi sembra di vederli, due cuccioli di lupo che vengono allattati dalla loro madre. Sono così belli. Tutto qui è meraviglioso. La natura, gli alberi, i fiori. Tutto è perfetto.

 

Ci addentriamo nelle strade, lentamente. A guidare è mio figlio. Il sole è già andato a coricarsi dietro ai nostri palazzi e alle nostre colline. Il buio accarezza gli angoli della Città. Dal finestrino vedo le luci nei bar, nei ristoranti, nei cinema e nei centri ricreativi. Tutto pulsa, tutto vive.

 

“Cosa c'è papà?” - chiede mio figlio, notando il mio essere assorto.

“Niente... pensavo a come è bella tutta questa vita per le vie. Questa vita e la sua tranquillità”

“Sei contento di mangiare da noi questa sera? Erminia non ti vede da un po' e ti voleva salutare”

“Ma certo Massimo, tua moglie è eccezionale, lo sai quanto le voglia bene. Poi cucina in modo sublime. È che a volte mi viene un po' nostalgia di tutto. Lo sai... quando si arriva alla mia età si è sempre un po' nostalgici”

La fontana della piazza principale, la vediamo, bella come non mai. Illuminata quasi a giorno, sempre in funzione, impreziosisce tutto l'apparato urbano. Cuore che pompa veloce nelle nostre giornate e nelle nostre notti. Di notte sembra di vivere fuori dal tempo, in un eterna fissità. È di giorno che cambia ogni cosa e l'architettura classica si incontra con il contemporaneo e la sua modernità, come se si vedessero nello stesso bar, come due persone normali, pronte a far colazione insieme. Invece di notte è “l'antico” a vincere, a ricordarci chi eravamo e come si viveva prima di noi. Ma sto diventando troppo sentimentale e non so perché. È da qualche notte che mi abbandono troppo ai ricordi ed è come se avessi una sensazione. Come di ritorno, come di incontro con il mio passato.

“Papà, sei sicuro di sentirti bene? Sei pallido”

Il petto mi brucia terribilmente, è come se avessi uno spillo conficcato che mi passa da parte a parte. Come se il mio cuore fosse trafitto. Vedo un bagliore forte davanti a me e svengo.

 

I fiori in questa stagione sono bellissimi. Rossi, arancio, gialli. Devo dire che il giardino di mio figlio è molto ben curato. Saranno passati tre giorni da quando sono svenuto. Rinvenni dopo neanche  un minuto ma Massimo era molto preoccupato, stava per portarmi subito all'ospedale. Gli dissi di stare tranquillo e riportarmi a casa. Prima di svenire il cuore mi sembrò esplodere, è così che gli promisi che avrei contattato il mio amico cardiologo, Guido. Ci sono andato ieri. Mi ha detto di che si tratta. Devo fare un'operazione. Mi ha detto di non preoccuparmi ma mi ha consigliato di fare l'operazione il prima possibile. Ora rimiro il giardino di mio figlio prima di bussare alla porta e dare la notizia a lui, a Erminia e alla mia nipotina, la piccola Ginevra. Mi faccio forza e busso.

 

“Te l'ho già detto Massimo, non è grave. Mi operano e starò là un paio di giorni, per riprendermi. Voi potrete vedermi ogni volta che vorrete”

“Quando devi andare papà?”

“Domani. Domani mattina”

“Non devi preoccuparti caro, se tuo papà dice che andrà tutto bene devi credergli”

“Giusto Erminia. Diglielo un po' a tuo a marito. Di me non si fida”

“Nonno, ma ti faranno tanto male?”

“No cara, no. Vado solo per farmi aggiustare sai? Così sarò più forte di prima”

“Siiii, viva il nonno”

 

Il pollo sul tavolo. Le posate che si muovono veloci. Il silenzio. Solo la piccola Ginevra, che gioca con le molliche di pane e sorride. Erminia e Massimo preoccupati, lo leggo sui loro visi. Forse lo sono anch'io, o forse no. Sono stati molto gentili di invitarmi a cena. Mi hanno chiesto anche di dormire da loro ma devo tornare a casa. Devo vedere cosa portarmi domani. Mi passerà a prendere Massimo con la sua macchina bianca. Sorrido, non hanno bisogno di preoccuparsi.

 

Mi sono svegliato più presto del solito, sono le sette di mattina adesso. Decido di aspettare Massimo qui, all'interno del bar La Rocca Oggi. L'arredamento è come me lo ricordo da bambino, non è mai cambiato. Solo quel robot che va avanti e indietro per il locale non c'era. Ormai questi macchinari sono un po' dappertutto. Ci aiutano negli uffici, in casa, per fare il pane. Sono alti come noi e sono di metallo, si muovono grazie a una ruota fissata tra le caviglie.

Sul tavolino non c'è il mio solito caffè. Solo un succo di mela. Osservo il giornale, leggo le notizie di oggi, 11 giugno 2065. Dai vetri sbircio l'esterno. Il nero della notte si sta assottigliando lasciando il posto a un accenno di alba.

“Notevole calo della disoccupazione in Italia. Il Premier però non si accontenta e vuole lavoro per tutti”, continuo a sfogliare leggendo i titoli più accattivanti. “Tra pochi mesi obbligo a tutte le macchine di inserire il pilota automatico. La guida umana ormai è obsoleta”. “Crolla la percentuale di criminalità, il crimine non paga più o non esistono più i criminali”. “Inaugurato nuovo cinema al centro della città, l'inaugurazione è per domani”. “Quest'anno il campionato lo vince il Foggia”.

 

Se ricordo la mia gioventù era difficile trovare belle notizie sui quotidiani. Dovevi proprio cercarle con il lanternino. Oggi è il contrario. L'unica cosa è questo fatto di inserire il pilota automatico obbligatoriamente a ogni vettura, questo non lo capirò mai. Guidare è così bello, poi sono abituato alla guida, diciamo così, “umanizzata”. Meno male che oggi è Massimo a guidare, sennò sarei ancora più agitato. Ripiego il giornale e guardo fuori, il sole sta spuntando dietro le colline. Esco, i raggi tiepidi mi investono. La valigia tra le mie mani. La macchina di Massimo è davanti a me che mi sta aspettando.

 

Percorriamo con la vettura i rumori della città. Superiamo la fontana, il mercato, la gente che con enormi sorrisi passeggia per le vie. Il sole sta salendo sempre più illuminando il nostro parabrezza. Sembra salutarci, sembra incoraggiarci. Parcheggiamo nelle vicinanze ed entriamo dentro l'ospedale. Gli abiti bianchi dei medici ci accolgono. Tanti angeli limpidi pronti a farci sentire meglio.

 

La stanza che mi hanno dato è accogliente. Sono disteso a letto. Questa mattina mi hanno fatto le analisi e mi opereranno tra qualche minuto. Davanti a me Massimo. “Va pure figliolo, qua sono al sicuro. Ti chiamerà il dottore quando avranno finito di operarmi”. “Ma papà... preferisco aspettare”.

Massimo ha la stessa età che avevo io quando ricoverarono mio papà nel 2020, quando ci fu quella terribile emergenza. Solo che io non sono riuscito a stargli vicino. I pazienti affetti da coronavirus non potevano vedere i propri familiari. Dovevano rimanere isolati per non diffondere il contagio. Papà purtroppo se n'è andato senza avermi avuto vicino. Se solo l'avessi visto un'ultima volta ancora per dirgli che gli volevo bene.

Una lacrima mi corre lungo il viso.

Arriva il dottore per portarmi in sala operatoria. Massimo mi guarda e mi sorride: “Ti voglio bene papà”

 

 

Je t’aime, Papa

Ces canines acérées, ces yeux fourbes, fuyants,  je les reconnaîtrais entre mille. Entre mille regards, mille hasards, mille images. Rapide, toujours plus, dans l’herbe. Je suis avec mon fils, cela fait des années que le dimanche, quand nous le pouvons, nous venons ici. Le poursuivre est notre mission. Le voir, le suivre, le débusquer. Et ces bois, si épais, si fantastiques, si mythiques. Cette passion pour la nature, je l’ai héritée de mon père. Avec lui, je venais pour d’autres motifs. Il était cueilleur de champignons. Il les connaissait tous, espèces et qualités. Il me parlait toujours de ce loup mythique, il me le faisait voir aussi, en quelques occasions : le canis lupus italicus. Extinction, menacé d’extinction.

Quand je revenais à la maison, quand j’étais enfant, mais ensuite adulte aussi, je repensais à ces journées, j’en rêvais. Je les imaginais tellement que je souriais, j’en souriais de bonheur. J’en souris encore maintenant tandis qu’avec mon fils Massimo nous essayons d’en chasser un.

« Allez, tire ! 

-          Mais Papa, je ne l’ai pas en mire, il s’est caché derrière le buisson.

-          Tire, je te dis. Maintenant ! »

Une détonation sourde, effrayante. Les oiseaux s’échappent d’entre les feuilles comme autant de petits insectes colorés. Massimo s’approche du buisson. Il regarde de côté et le voit.

Le voici. Il gît ici, immobile, le loup.

Éventré. Des câbles électriques sortent de son poitrail, sa langue de ses dents. Du trou fumant on peut apercevoir un cœur métallique qui a cessé de pomper.

« Comment as-tu compris qu’il se trouvait derrière ?, demande mon fils.

-          Ces reproductions émettent une lumière si forte qu’elle transperce le feuillage. Ce n’est pas difficile de les identifier. Le chasseur doit toujours avoir la certitude que ce sur quoi il tire est un robot et non un être vivant et ces impulsions lumineuses nous l’indiquent. »

Oui, la chasse est interdite en Italie depuis 2036. Ainsi, les espèces comme le canis lupus italicus peuvent survivre. J’ai quatre-vingts ans et mon fils quarante. On s’éloigne du robot, il commence à faire nuit. On marche sur la colline, de l’autre côté il y a notre voiture qui nous attend. Derrière moi, il me semble les voir, deux louveteaux allaités par leur mère. Ils sont si beaux. Tout ici est merveilleux. La nature, les arbres, les fleurs. Tout est parfait.

Nous reprenons la route. C’est mon fils qui conduit. Le soleil est déjà parti se coucher derrière nos palais et nos collines. La pénombre caresse les angles de la Ville. Par la fenêtre je vois les lumières des bars, des restaurants, des cinémas, des centres de loisirs. Tout pulse, tout vit.

«  Qu’est-ce qu’il y a Papa ?, demande mon fils qui s’est aperçu que j’ai l’esprit absorbé.

-          Rien… je pensais combien est belle cette vie dans les rues. Cette vie et sa tranquillité.

-          Tu es content de dîner avec nous ce soir ? Erminia ne t’as pas vu depuis un moment et elle veut te saluer.

-          Bien sûr Massimo, ta femme est exceptionnelle et tu sais combien je l’aime. Et puis elle cuisine sublimement. C’est juste que parfois j’ai un peu la nostalgie de tout. Tu sais bien, quand on arrive à mon âge on est toujours un peu nostalgique. »

La fontaine de la place principale, nous la contemplons, belle comme jamais. Illuminée presque comme en plein jour, elle embellit tout l’apparat urbain. Rapide cœur battant de nos journées et de nos nuits. La nuit elle semble vivre hors du temps, dans une éternelle fixité. C’est durant le jour que toute chose change et que l’architecture classique rencontre la contemporaine et sa modernité, comme si elles se voyaient au bar comme deux personnes normales prêtes à déjeuner ensemble. Tandis que la nuit c’est l’ « antique » qui gagne et qui nous rappelle qui nous étions et comment on vivait avant nous. Mais je deviens trop sentimental et je ne sais pas pourquoi. Cela fait quelques nuits que je m’abandonne trop à mes souvenirs, c’est comme si j’avais une sensation. Comme pour un retour ou une rencontre avec mon passé.

« Papa, tu es sûr que te vas bien ? Tu es pâle. »

La poitrine me brûle terriblement, c’est comme si j’avais une pique enfoncée qui me transperçait de part en part. Comme si mon cœur avait été poignardé. Je vois une forte lumière devant moi et je m’évanouis.

Les fleurs en cette saison sont très belles. Rouges, orange, jaunes. Je dois dire que le jardin de mon fils est vraiment soigné. Cela doit faire trois jours que je me suis évanoui. Je suis revenu à moi après moins d’une minute mais Massimo était très inquiet et il voulait m’emmener immédiatement à l’hôpital. Je lui ai dit de se tranquilliser et de me ramener à la maison. Avant de m’évanouir mon cœur m’a semblé exploser et c’est pourquoi je lui ai promis que j’appellerai Guido mon ami cardiologue. Il m’a dit de quoi il s’agissait. Je dois faire une opération. Il m’a dit de ne pas m’inquiéter mais m’a conseillé de faire l’opération le plus vite possible. Maintenant je contemple le jardin de mon fils avant de toquer à la porte et donner la nouvelle, à lui, à Erminia et à ma petite-fille Ginevra. Je me fais violence et frappe.

« Je te l’ai déjà dit, Massimo, rien de grave. Ils m’opèrent et je resterai deux jours pour me remettre. Vous pourrez me voir autant que vous voudrez.

-          Quand dois-tu y aller, Papa ?

-          Demain, demain matin.

-          Tu ne dois pas t’inquiéter mon chéri, si ton père dit que tout ira bien tu dois le croire.

-          C’est vrai Erminia. Dis-le lui, à ton mari, car il ne me fait pas confiance.

-          Papy, ils ne vont pas te faire de mal ?

-          Non ma chérie. Je vais juste pour me faire réparer, tu sais. Comme ça je serai plus fort qu’avant.

-          Ouiiii ! Vive Papy ! »

 

Le poulet sur la table. Les couverts qui s’agitent vivement. Le silence. Seule la petite Ginevra qui joue avec des boules de pain et sourit. Erminia et Massimo sont inquiets, je le lis sur leurs visages. Peut-être le suis-je aussi, peut-être pas. Ils ont été adorables de m’inviter à dîner. Ils m’ont demandé de dormir chez eux, mais je dois rentrer à la maison. Je dois voir ce que j’emporte avec moi demain. Massimo passera me prendre avec sa voiture blanche. Je souris, ils n’ont pas besoin de s’inquiéter.

Je me suis réveillé plus tôt que d’habitude, il est sept heures du matin maintenant. Je décide d’attendre Massimo ici, à l’intérieur du bar La Rocca Oggi. Le décor est comme quand j’étais enfant, il n’a jamais changé. Il y a seulement ce robot qui va et vient et qui n’existait pas alors. Maintenant ces machines sont un peu partout. Ils nous aident dans les bureaux, à la maison, pour faire le pain. Ils sont grands comme nous et sont en métal. Ils se meuvent grâce à une roue fixée entre les chevilles.

Sur la table il n’y a pas mon café habituel. Juste un jus de pomme. Je regarde le journal, je lis les nouvelles d’aujourd’hui, le 11 juin 2065. Je regarde dehors à travers les vitres. Le noir de la nuit s’évanouit doucement laissant la place à un soupçon d’aube.

« Baisse notable du chômage en Italie. Le premier ministre ne s’en contente pas et veut du travail pour tous ». Je continue à effeuiller le journal pour lire les titres les plus intéressants. « D’ici à quelques mois, obligation pour toutes les voitures d’avoir le pilotage automatique. La conduite humaine est désormais obsolète » ; « Écroulement des chiffres de la criminalité. Le crime ne paie plus ou les criminels ont-ils disparu » ; « Inauguration demain d’un nouveau cinéma en centre-ville » ; « Cette année c’est Foggia qui remporte le championnat ».

Dans ma jeunesse il était difficile de trouver des bonnes nouvelles dans les quotidiens. On devait les chercher avec la loupe. Aujourd’hui c’est le contraire. L’unique chose qui me chagrine c’est d’imposer le pilotage automatique dans chaque voiture, ça je ne le comprendrai jamais. Conduire c’est si bien, et je suis habitué à la conduite disons « humanisée ». Heureusement qu’aujourd’hui c’est Massimo qui conduit, sinon je serais encore plus agité. Je replis le journal et je regarde dehors, le soleil pointe derrière les collines. Je sors, les rayons tièdes me touchent. La valise à la main. La voiture de Massimo est devant qui m’attend.

Nous parcourrons avec le véhicule les bruits de la ville. Nous dépassons la fontaine, le marché, les gens et leurs énormes sourires qui se promènent dans les rues. Le soleil qui monte toujours plus haut illumine notre pare-brise. Il semble nous saluer, nous encourager. On se gare dans le voisinage et nous entrons dans l’hôpital. Les blouses blanches des médecins nous accueillent. Autant de purs anges prêts à nous faire sentir mieux.

La chambre qu’ils m’ont donnée est accueillante. Je suis étendu sur le lit. Ce matin ils ont fait des analyses et ils m’opèrent dans quelques minutes. Devant moi, il y a Massimo. « Tu peux y aller mon fils, je suis en sécurité ici. Le docteur t’appellera quand ils auront fini l’opération ». « Mais Papa… je préfère attendre. »

Massimo a le même âge que moi quand ils ont admis mon père en 2020, quand il y a eu cette terrible épidémie. Seulement moi, je n’ai pas pu rester à côté de lui. Les patients affectés du covid ne pouvaient voir leurs propres familles. Ils devaient rester isolés pour éviter la contagion. Papa malheureusement est parti sans moi à ses côtés. Si seulement j’avais pu le voir une fois encore pour lui dire que je l’aimais…

Une larme glisse sur mon visage.

Le docteur arrive pour m’emmener en salle d’opération. Massimo me regarde et sourit : « Je t’aime Papa ».

 

(traduction Bernard Biancarelli)

  

 

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