Scene da Coronavirus - Barbara Panelli

Barbara Panelli a scruté le réel modifié dans ses moindres détails par le coronavirus : une humanité abasourdie, pathétique parfois, désireuse de vivre toujours. (Traduction française de l’auteure à la suite)

  

  

Scene da Coronavirus

 

 

SCENA 1 - Interno negozio - Dal ferramenta - 14 febbraio (prodromi)

Fuori dalla ferramenta del centro c'è la coda. Mi servono delle viti a stella. Aspetto il mio turno. Entro. La signora prima di me ha comprato un centinaio di mascherine ffp2, per sicurezza, dice, non si sa mai come si metteranno le cose. Paga con la carta. Ci lascia una fortuna. Mascherine esaurite. Quelli dietro di me brontolano. La signora esce. Il negoziante a questo punto tira fuori dal cilindro quelle “buone” che proteggono sia chi le indossa che il prossimo. Le M3, dice. Vanno a nove euro l'una. Con l'alcol al 99% se le disinfetti le puoi utilizzare quattro, cinque volte. Peccato che le “buone” siano le ffp3 ed M3 sia una marca ma, si sa, la confusione regna. Compro le viti, pago, esco. Alle mia spalle, dall'interno del negozio sento un accavallarsi di voci che mi ricorda quei venditori ambulanti di rimedi infallibili circondati da una folla di creduloni.

 

SCENA 2 – Esterno, supermercato - La coda - 24 febbraio (prodromi)

Umanità in coda. Ci sono una decina di carrelli in attesa davanti al mio. Al primo carrello un uomo anziano, alto, in abiti da campagna, i capelli grigi arruffati. Con una striscia di elastico da sartoria passato dietro la testa tiene a coprire naso e bocca un ritaglio irregolare di naylon spesso e opaco che ondeggia a ogni respiro. Al secondo carrello un uomo di mezza età che da dietro una mascherina chirurgica rende partecipe l'uditorio di un sopruso subito. Carabinieri che passavano lungo la strada gli hanno fatto una multa di 300 euro mentre badava all'orto di casa insieme al figlio, entrambi privi di mascherina. Al terzo carrello una donna tra i quaranta e i cinquanta, dall'aria imperturbabile, vestita in modo sobrio ma molto elegante, sfoggia una mascherina moderna e impeccabile, con valvola, elastici e tessuto in tre nuances verde acqua. Probabilmente griffata. Al quarto carrello una donna dall'aspetto affaticato indossa una mascherina chirurgica piuttosto logora. Sta appoggiata al carrello con aria rassegnata. Al quinto carrello un uomo giovane, mascherina e guanti, parla al telefono senza prendere fiato. Si sta lamentando del tempo sprecato in coda. Gesticola. Tocca il carrello, il telefono, la mascherina, la abbassa, si gratta, cerca qualcosa in tasca, sfila un guanto, lo infila nuovamente, tocca il carrello, riposiziona la mascherina. Senza smettere di parlare. Al sesto, settimo e ottavo carrello una coppia. Lei un carrello, lui due. A distanza come da regola. Lei a gesti e gridando sottovoce intima al marito di non dimenticare nulla. Al nono carrello una donna si volta e inveisce contro quella che la precede, dicendo che non si può andare in due a fare la spesa. Le viene risposto che a loro, la coppia, non importa, che non intendono rischiare di restare senza scorte di cibo. Al decimo carrello, il primo della fila, una donna molto anziana, in cappotto grigio e scarpe basse, mascherina chirurgica ben sistemata e una sporta di stoffa appesa al braccio. Ha l'aria di chi con fare dimesso ma risoluto è pronto ad affrontare l'ennesima tragedia.

 

SCENA 3 - Esterno, balcone - Uomo solo 1 - metà marzo

Tardo pomeriggio. Un uomo appoggiato alla ringhiera, lo sguardo sul panorama del condominio di fronte. Alle sue spalle, all'interno, nessuna luce. Sta fumando una sigaretta. Sbircia qua e là sui balconi altrui con aria distratta. Accanto a lui i mastelli della raccolta differenziata. Tre su cinque straripano. Quello della plastica con il coperchio tenuto giù dal peso di due sacchetti che lasciano intravvedere bottiglie e contenitori di cibo, quello della carta aperto da cui sbucano diversi cartoni di pizza piegati in due, quello del vetro pieno oltre misura e circondato da innumerevoli bottiglie di birra e di vino. L'uomo finisce la sigaretta e getta il mozzicone di sotto.

 

SCENA 4 - Interno, bagno - Uomo solo 2 - metà marzo

L'uomo rientra a casa, sfila le scarpe, poggia la borsa della spesa all'ingresso. Ha acquistato tra le altre cose dei surgelati. Deve sbrigarsi a disinfettare tutto prima di riporre il cibo in dispensa e nel frigo. Va in bagno. Toglie la mascherina e la getta in un contenitore apposito che apre con un pedale. Apre il rubinetto dell'acqua calda, si lava le mani per mezzo minuto, chiude il rubinetto, se le asciuga. Si toglie il giubbotto. Lo va a stendere fuori dalla finestra. Nel mentre gli appare alla mente l'immagine del rubinetto del bagno. Per aprire l'acqua l'ha toccato con le mani contaminate e per chiuderlo dopo essersi lavato si è quindi nuovamente contaminato. Quindi ha contaminato anche l'asciugamani. Va a prenderlo e lo getta in lavatrice. Prende da sotto il lavandino un detersivo disinfettante spray. Lo utilizza sulla maniglia dell'anta sotto al lavandino, su quella dello sportello della lavatrice, va in camera a prendere un asciugamano pulito. Torna in bagno. Lo appende. Con lo spray disinfetta il rubinetto. Ripete l'operazione di lavaggio delle mani. Si asciuga soddisfatto della propria attenzione ai dettagli. Sta per uscire dal bagno. Osserva l'asciugamani. Quando è andato in camera a prenderlo aveva ancora le mani contaminate, per cui ha contaminato la maniglia dell'armadio e l'asciugamani stesso. Lo prende e getta anche quello nella lavatrice. Prende lo spray. Disinfetta la maniglia dello sportello della lavatrice per la seconda volta. Va in camera disinfetta la maniglia dell'armadio, prende un terzo asciugamani. Torna in bagno, lo appende. Sta per uscire, si ferma di colpo. Le ultime operazioni le ha effettuate con le mani contaminate dall'asciugatura del secondo asciugamani. L'uomo si porta le mani al viso e inizia a piangere in preda allo sconforto. Poi, in preda al panico, prende lo spray e se lo vaporizza in faccia. Quindi ricomincia daccapo la cerimonia del lavaggio delle mani e della disinfezione delle superfici. Sul pavimento del corridoio intanto, alla base del sacchetto della spesa, si sta formando un rivolo d'acqua.

 

SCENA 5 - Interno, bagno - Donna sola 1- fine marzo

In bagno una gatta è acciambellata in cima alla cesta del bucato. Una donna si sta specchiando. Indossa occhiali da vista. La ricrescita è a tre centimetri. Prende lo spray ritocco, divide i capelli man mano lungo la scriminatura e vaporizza il colore. I capelli sono diventati appiccicosi e opachi. Li raccoglie con una pinza. Le sopracciglia sono oscene. Si avvicina a un piccolo specchio rotondo a ingrandimento. Prende la pinzetta e inizia a strappare il superfluo. Sbaglia una presa e si forma un buco. Per rimediare è costretta ad assottigliare le sopracciglia di almeno tre millimetri. Il risultato le cambia la fisionomia. In peggio. Torna davanti allo specchio sopra il lavandino. Una fine peluria ricopre il volto. Se n'è accorta in macchina, guardandosi in uno specchietto retrovisore alla luce del sole. Prende una crema depilatoria rosa. La stende sulla parte inferiore del volto. La posa deve durare circa tre minuti. Mentre aspetta nota alcuni punti neri sul naso. Si avvicina allo specchio e li schiaccia con decisione visto che i pori della pelle si ostinano a trattenere lo sporco. Il naso è arrossato. Le si rompe un capillare e si allarga in una macchia rossa nella pelle. Sente bruciare. Non è il capillare. Sono trascorsi dieci minuti. Con una spatola rimuove velocemente la crema depilatoria. Si lava e deterge con cura. La pelle del volto è congesta e infiammata. La donna prende una crema idratante nella speranza di un sollievo. Avvicinando il viso allo specchio nota sulle guance due nuove rughe verticali piuttosto marcate. Indossa gli occhiali. Va allo specchio rotondo per osservarle meglio. Scopre che, in realtà, un reticolo fitto di nuove piccole rughe si è formato agli angoli delle labbra. Le sale lo sconforto. Si cosparge di crema idratante perché il bruciore non molla. Scioglie i capelli. Esce dal bagno. Va verso la porta d'ingresso. La apre per prendere un cestello d'acqua dimenticato accanto allo zerbino. Mentre è china si apre una delle quattro porte affacciate al pianerottolo. La sua vicina che fa la segretaria dall'avvocato. In successione la donna vede decolletès con tacchi, gambe lisce e appena brunite, una gonna attillata. Ritornando in posizione eretta, incontra lo sguardo della vicina. Le sta sorridendo. Denti bianchissimi, labbra con un velo di rossetto, pelle e incarnato perfetti, taglio fresco e colore impeccabile. Un rigurgito d'odio le sale dallo stomaco.

 

SCENA 6 - Esterno, portone - Donna sola 2 - inizio aprile

Una donna appoggia un mastello giallo accanto ad altri mastelli gialli sul marciapiedi. Saranno circa le dieci di sera. La luce giallo arancio dei lampioni inonda la via, le facciate, le palme. La donna ritorna sui propri passi verso un portone. L'aria è insolitamente tiepida. Spira una brezza piacevole che fa fremere le foglie delle palme. La donna appoggia la schiena a uno stipite del portone e guarda dinanzi a sé, verso il mare. Alcuni gabbiani volteggiano tra i tetti. La donna tira fuori dalla tasca una busta in pelle. Si arrotola una sigaretta, la accende. Inspira. Abbandona le braccia lungo il corpo, trattenendo la sigaretta tra le dita. Chiude gli occhi. Annusa l'aria. Li riapre. Sorride. Nessuno in giro. Da una qualche finestra lì vicino arriva la voce di una televisione.

 

SCENA 7 - Esterno, vicolo - Due pusher - fine marzo

Vicoletto nei pressi di un piazzale a parcheggio. Una donna con un sacchetto della farmacia. Due uomini confabulano appoggiati a un muretto. Li oltrepassa. Si sente il click di un accendino. Un istante dopo un aroma di hashish. La donna si volta e li guarda. I due uomini la guardano a loro volta, con aria interrogativa. Non cogliendo segni di sorta da parte sua tornano alle loro cose. Si sente uno dei due dire, Buono fumare in questo periodo, meglio di psicofarmaci.

 

SCENA 8 - Esterno, via pedonale - Donna con mascherina - metà aprile

Passa una donna, non molto alta, cappotto rosso, foulard, capelli corvini cotonati. La mascherina è tirata su al centro della testa a guisa di cappellino. Un peccato non poterla fotografare. Ha sbaragliato qualsiasi altro tentativo di trasformare un presidio sanitario in accessorio fashion.

 

SCENA 9 - Esterno, strada - Stesa di mascherine e lenzuola dipinte - fine aprile

Il via vai delle automobili è ricominciato. Non il traffico consueto ma un movimento che risulta strano dopo tanto silenzio e assenza di movimento. Hanno allentato le restrizioni. Le persone hanno voglia di uscire se pure con cautela. Inventarsi un motivo di necessità per prendere l'auto e circolare senza entrare in contatto con il prossimo è comunque liberatorio. Lo sguardo va alle facciate delle case, alle finestre, ai balconi. Sui fili della stesa, al posto delle bandiere della pace, delle magliette rosse, del tricolore, degli striscioni verità per Giulio Regeni, mascherine chirurgiche accanto alla biancheria, e lenzuola con hastag Io resto a casa, hastag Andrà tutto bene, hastag Ce la faremo.

 

SCENA 10 - Esterno, marciapiedi - Coda ufficio postale - inizio aprile

All'esterno dell'ufficio postale si è formata una coda. Quattro persone. Tutti con la mascherina. Due donne indossano anche guanti in lattice. Le due donne si conoscono e stanno chiacchierando a distanza di sicurezza.

A: …infatti non capisco chi si ostina a non indossare guanti e mascherina.

B: Sono egoisti. C'è chi rispetta le regole e chi no. Mi fanno una rabbia. Non è giusto. Eppure l'hanno detto in tutte le lingue che mascherina e guanti servono per combattere il coronavirus.

A: Hai ragione. Anch'io non li sopporto. Comunque affari loro se si ammalano. Non vogliono capire. Io, che vivo da sola, mascherina e guanti li tengo anche in casa.

B: E fai bene. Lo faccio anche io. Se servono bisogna tenerli su il più possibile.

Bisognerebbe intervenire, dir loro qualcosa. Ma cosa?

 

SCENA 11 - Esterno, parcheggio - Incontro clandestino - fine marzo

Quartiere residenziale a basso scorrimento di traffico. Sono seduta in auto sotto casa. Arriva una donna in auto e parcheggia. Sulla quarantina. Non si accorge di me. Dopo pochi minuti arriva un'altra auto. Alla guida un'altra donna. Sui settanta. Parcheggia. La prima donna apre la portiera, scende, e, da dietro la mascherina, saluta la seconda donna che è scesa anche lei dall'auto. Ciao mamma.

Carla, ciao, come stai? Risponde la madre sorridendo con gli occhi. Rimane però a qualche metro di distanza. Figlia, Sto bene, e tu? Bene, bene, non ti preoccupare.

Tacciono, si guardano impacciate. Poi la figlia dice, Togliamoci la mascherina, da poterci vedere per bene in viso. E se la tolgono, anche se la madre, Sei sicura? Certo che sono sicura. Poi la figlia le va incontro, la abbraccia, le accarezza la testa, la bacia sulla fronte. La madre è felice.

 

SCENA 12 - Interno, camera - Telefonata dalla Questura – fine aprile

La donna è seduta sul letto quando squilla il telefono.

A: Buongiorno, lei è la signora Rossi?

B: Sì, sono io.

A: Lei è venuta due giorni fa in questura per una denuncia?

B: Sì.

A: Lo sa che non poteva?

B: In che senso, scusi?

A: Si tratta di un furto d'identità online. La competenza è della polizia postale.

B: Sì, certo, infatti ho chiamato la postale ma essendo loro distanti dal mio domicilio e aperti solo il mercoledì e abitando io a duecento metri dalla questura, mi hanno detto di scrivere tutto quanto e portare la denuncia in questura da dove sarebbe stata loro inoltrata.

A: Hanno sbagliato. E comunque lei ha infranto la legge venendo in questura.

B: Infranto la legge?

A: C'è l'obbligo di quarantena. Le devo fare una multa.

B: Una multa?? Perdoni, ma io prima di venire, ho telefonato in questura, spiegando tutto e mi è stato detto di venire per depositare la denuncia. Sono venuta in portineria e lì ho atteso un suo collega che mi ha condotto in un ufficio. Ha preso la denuncia, ha apposto un timbro, mi ha fatto firmare e mi ha detto che il tutto sarebbe stato inoltrato alla postale.

A: Lei comunque non poteva venire in questura. È vietato muoversi dal proprio domicilio se non per cause di comprovata necessità.

B: Perdoni ma, a parte il fatto che io risiedo a duecento metri dalla questura e pertanto a una distanza attualmente concessa per lo sgambamento quotidiano, lei mi sta dicendo che posso andare fino in centro a comprare le sigarette ma non posso venire a sporgere denuncia per furto di identità, tanto più che stanno chiedendo a tutti i miei contatti soldi a mio nome? Non è una necessità il voler tutelare me stessa e gli altri dalle conseguenze di un'azione criminosa? E perciò mi farete una multa?

A: È appunto quello che le sto dicendo.

B: Mi scusi, ma io ho fatto quello che mi è stato detto di fare dalla polizia postale e da un qualche suo collega in questura. In base a ciò che lei asserisce, avrei dovuto mettere in dubbio affermazioni fatte da rappresentanti delle istituzioni?

Silenzio

B: È ancora in linea?

A: Sì

B: Quindi?

A: Hanno sbagliato alla polizia postale e ha sbagliato anche il mio collega. Però lei non doveva venire lo stesso perché le disposizioni sulla quarantena sono di dominio pubblico.

B: Abbia pazienza, senza voler mancare di rispetto, secondo me dovreste chiarirvi le idee tra di voi. Io non ho fatto nulla di sbagliato nel momento in cui mi sono attenuta alle vostre indicazioni.

A: Sarebbe dovuta andare alla postale.

B: Eh, no, in base a quello che ha detto sinora, nemmeno lì sarei dovuta andare...

A: Appunto. Ci vada la prossima settimana, dopo il 5 maggio. E per questa volta la multa non gliela facciamo. Buongiorno

B: Ok, mi arrendo. Buongiorno

La donna resta seduta sul letto a meditare sul senso dell'esistenza.

 

SCENA 13 - Outdoor - Percorsi – Umanità - inizio maggio

Un uomo e una donna stanno chiacchierando sul marciapiede davanti a un fruttivendolo. Non si incontrano da un po' di tempo. L'uomo le sta chiedendo come sta, come vanno le cose. La donna risponde che ha ormai esaurito i suoi pochi risparmi, che non ha pagato l'affitto del mese in corso, che non sarà in grado di pagare le prossime bollette, che se prima aveva difficoltà a trovare un lavoro, ora sarà più difficile, vista la situazione generale. Non sa per quanto tempo ancora potrà fare la spesa. Un secondo uomo, in fila fuori da un negozio, ascolta la conversazione e interviene educatamente, chiedendo alla donna se sa di potersi recare in municipio per un aiuto economico. La donna ringrazia e risponde che sì, lo sa e l'ha già chiesto, ma l'aiuto va solo a chi ha perso il lavoro a partire da gennaio dell'anno in corso. L'uomo esprime il suo rincrescimento e ritorna in disparte. Dopo qualche istante si avvicina di nuovo, discretamente e in punta di piedi, e chiede alla donna se può permettersi di offrirle la spesa. La convince gentilmente ad accettare i soldi che le mette in mano. Lei riesce solo a dire grazie. Anche se il viso è nascosto dalla mascherina e dagli occhiali, è chiaro che sta piangendo. La donna solleva gli occhiali per guardare l'uomo negli occhi. Continua a guardarlo e a ringraziarlo con lo sguardo mentre lui si allontana con la stessa discrezione con cui si è avvicinato a lei. Non gli ha chiesto il suo nome. Non gli ha nemmeno detto il suo. Le resta solo un volto da ricordare. Il volto di un Uomo.

 

SCENA 14 – Interno giorno – Donna sola 3

Le tapparelle sono tirate giù. Non filtra alcuna luce dall'esterno. Le luci del soggiorno sono accese. Una giovane donna è seduta sul divano. Sul bordo, per l'esatezza. La schiena curva, i gomiti appoggiati alle ginocchia, guarda davanti a sé sul tavolino. I tratti del volto sono tirati, l'incarnato è sciupato. Il suo compagno l'ha lasciata qualche giorno prima dell'inizio della quarantena. Sono ormai cinque settimane che non vede un'amica o un parente. Qualcuno con cui parlare, sfogarsi, avere un contatto. Solo alcuni, pochi, contatti di lavoro. La giovane donna è una veterinaria e visita a domicilio. Durante l'isolamento si è dedicata totalmente alla cura del suo vecchio cane, compagno fedele di una vita. Vecchio e malato. Una patologia neurodegenerativa grave. La giovane donna, proprio in quanto medico, conosce la differenza tra cura e accanimento. Per questo, alcuni giorni prima ha deciso di addormentare il cane. Sempre in quanto medico è riuscita a farne prelevare il corpo e per farlo cremare. Sul tavolino davanti al divano una scatola in legno chiaro con dentro le ceneri.

 

SCENA 15 – Esterno urbano – Lavorare

Mattina presto. Strade deserte. Pieno lockdown. Alla fermata dell'autobus due uomini e tre donne.

Dai tratti somatici di origine sudamericana. Degli uomini. Uno ha appena terminato il turno di notte come badante e sta andando ad aiutare il figlio a pitturare un appartamento, il secondo anche ha finito un turno notturno da badante e sta andando da un altro anziano per un turno diurno. Delle donne. Una sta tornando a casa dalla sorella per i primi due giorni di riposo dopo cinque settimane consecutive di assistenza a una signora ventiquattr'ore su ventiquattro. Un'altra è al secondo mezzo pubblico su tre che deve prendere ogni mattina per raggiungere il luogo di lavoro. Si alza alle quattro per arrivare puntuale alle otto. L'ultima lavora sette giorni su sette. Copre i giorni di riposo di altre badanti.

 

SCENA 16 – Esterno - Passeggiata - metà aprile

Dopo oltre un mese di reclusione la prima breve passeggiata entro duecento metri da casa. Una donna seduta sui gradini del sagrato della chiesa a godere del sole tiepido del pomeriggio.

Sembrerà una bestemmia, ma tutto pare perfetto.

L'autostrada e la via Aurelia silenziose, il mare libero, il cielo anche.

 

SCENA 17 - Esterno, città -Vento

Piena quarantena. Pieno panico. Le strade sono deserte. Le finestre chiuse. Un vento deciso spazza le strade, s'infila nei vicoli, s'attorciglia negli angoli. Mulinelli di foglie e cartacce, di guanti e mascherine chirurgiche.

 

 

VERSION FRANCAISE

 

 

CORONAVIRUS - SCÈNES

 

SCÈNE 1 - Intérieur - Magasin de quincaillerie - 14 février (prodromes)

À l'extérieur de la quincaillerie, au centre, il y a une queue. J'ai besoin de boulons d'ancrage. Je vais attendre mon tour. C'est à moi. La dame juste avant a acheté une centaine de masques ffp2. Au cas où..., dit-elle, on ne sait jamais. Elle paie avec une carte. Elle y laisse une fortune. Les masques sont épuisés. Les gars derrière moi grognent. La dame sort. Le commerçant sort alors les "bons" masques, ceux qui protègent à la fois le porteur et le prochain. Les M3, dit-il. Ils sont vendus à neuf euros chacun. Avec de l'alcool à 99%, si vous les désinfectez, vous pouvez les utiliser quatre, cinq fois, il explique. Dommage que les "bons" soient les ffp3 et que M3 soit une marque mais, vous savez, la confusion règne. J'achète les boulons, je paie, je sors. Derrière moi, depuis l'intérieur du magasin, j'entends un chevauchement de voix qui me rappelle ces anciens vendeurs de remèdes infaillibles entourés d'une foule de gens crédules.

 

SCÈNE 2 - Extérieur, supermarché - La file d'attente - 24 février (prodromes)

L'humanité en queue. Il y a une douzaine de chariots qui attendent devant le mien. Au premier chariot, se trouve un vieil homme, grand, en habits de campagne, les cheveux gris et ébouriffés. Une bande élastique passant derrière la tête maintient un morceau irrégulier de tissu en nylon épais et opaque qui couvre le nez et la bouche et flotte à chaque respiration. Au deuxième chariot, un homme d'âge moyen qui, derrière un masque chirurgical, fait profiter l'auditoire de l’histoire d’une injustice subie : des carabiniers qui passaient sur la route lui ont infligé une amende de 300 euros alors qu'il s'occupait du jardin avec son fils, tous deux sans masque. Au troisième chariot, une femme entre quarante et cinquante ans, à l'air imperturbable, habillée de façon sobre mais très élégante, exhibe un masque moderne et impeccable, avec valve, élastiques et tissu en trois tons de vert eau. Probablement griffé. Au quatrième chariot, une femme à l'air fatigué porte un masque chirurgical plutôt usé. Elle s'appuie contre le chariot avec un air résigné. Au cinquième chariot, un jeune homme, masque et gants, parle au téléphone sans reprendre son souffle. Il se plaint du temps perdu dans la file d'attente. Il fait des gestes. Il touche le chariot, le téléphone, le masque, le tire vers le bas, se gratte, cherche quelque chose dans sa poche, sort un gant, le remet, touche le chariot, remet le masque. Sans s'arrêter de parler. Le sixième, le septième et le huitième chariot, un couple. Elle un chariot, lui deux. À distance, selon les règles. Elle fait des gestes et crie à voix basse à son mari de ne rien oublier. Au neuvième chariot, une femme se retourne et invective celle qui la précède, rappelant qu'on ne doit pas faire ses courses à deux. On lui repond qu'ils, le couple, s'en moquent, qu'ils ne veulent pas risquer de manquer de nourriture. Au dixième chariot, le premier de la file, une très vieille femme en manteau gris et chaussures plates, un masque chirurgical bien placé et un sac en tissu suspendu à son bras. Elle a l'air de quelqu'un de résigné mais de résolu et prêt à affronter une nouvelle tragédie.

 

SCÈNE 3 - Extérieur, balcon - Homme seul 1 – mi-mars

En fin d'après-midi. Un homme appuyé contre la balustrade, regardant le panorama du bâtiment d'en face. Derrière lui, à l'intérieur, pas de lumière. Il fume une cigarette. Il jette un coup d'œil ici et là sur les balcons des autres avec un air distrait. À côté de lui, les bacs de ramassage des déchets. Trois sur cinq débordent. Celui pour le plastique a le couvercle maintenu fermé par le poids de deux sacs qui laissent entrevoir des bouteilles et des récipients alimentaires ; celui pour le papier reste ouvert à cause de plusieurs cartons de pizza pliés en deux ; celui pour le verre semble plein car il est entouré d'innombrables bouteilles de bière et de vin. L'homme finit la cigarette et jette le mégot en dessous.

 

SCÈNE 4 - Intérieur, salle de bain - Homme seul 2 – mi-mars

L'homme rentre chez lui, enlève ses chaussures et pose son sac de courses dans le couloir. Il a acheté entre autres choses des aliments surgelés. Il doit se dépêcher de tout désinfecter avant de mettre les aliments dans le garde-manger et le réfrigérateur. Il va dans la salle de bain. Il enlève le masque et le jette dans un récipient spécial qu'il ouvre à l'aide d'une pédale. Il ouvre le robinet d'eau chaude, se lave les mains pendant une demi-minute, ferme le robinet, se sèche les mains. Il enlève la veste. Il va l'accrocher dehors de la fenêtre. Tout à coup, l'image du robinet de la salle de bain lui apparaît. Pour ouvrir l'eau, il l'a touchée avec ses mains contaminées et pour la refermer après s'être lavé, il s'est contaminé à nouveau. Il a ensuite contaminé la serviette également. Il la ramasse et la jette dans la machine à laver. Il prend un spray de détergent désinfectant sous l'évier. Il l'utilise pour la poignée de la petite porte sous l'évier, pour la poignée de la porte de la machine à laver, et il va dans sa chambre chercher une serviette propre. Il retourne dans la salle de bain. Elle accroche la serviette. Avec le spray, il désinfecte le robinet. Il répète l'opération de lavage des mains. Il les sèche satisfait de son souci du détail. Il est sur le point de sortir de la salle de bain. Il regarde la serviette. Lorsqu'il est entré dans la chambre pour la prendre, ses mains étaient encore contaminées, il a donc contaminé la poignée de l'armoire et la serviette elle-même. Il la prend et la jette dans la machine à laver. Il prend le spray. Il désinfecte la poignée de la porte de la machine à laver pour la deuxième fois. Il va dans la chambre, désinfecte la poignée de l'armoire, il prend une troisième serviette. Il retourne dans la salle de bain et raccroche la nouvelle serviette. Il est sur le point de sortir. Il s'arrête brusquement. Les dernières opérations, il les a effectuées avec les mains contaminées par le séchage avec la deuxième serviette. L'homme porte ses mains au visage et se met à pleurer de désespoir. Puis, pris de panique, il prend le spray et le pulvérise sur son visage. Ensuite, la cérémonie de lavage des mains et de désinfection des surfaces recommence. Pendant ce temps, un filet d'eau se forme sur le sol du couloir, au fond du sac des courses.

 

SCÈNE 5 - Intérieur, salle de bain - Femme seule 1 - fin mars

Dans la salle de bains, un chat est recroquevillé sur le panier à linge. Une femme se regarde dans le miroir. Elle porte des lunettes. La repousse du blanc est à trois centimètres. Elle prend le spray de retouche, sépare les cheveux à la base et vaporise la couleur. Les cheveux deviennent collants et ternes. Elle les ramasse avec une pince. Les sourcils sont obscènes. Elle s'approche d'un petit miroir grossissant rond. Prend les pinces et commence à ôter le superflu. Elle manque une prise et un trou se forme. Pour compenser, elle est obligée d'amincir ses sourcils d'au moins trois millimètres. Le résultat change son apparence. En pire. Elle retourne devant le miroir au-dessus du lavabo. De fins poils recouvrent son visage. Elle l'a remarqué dans la voiture, en regardant dans le rétroviseur à la lumière du soleil. Elle prend une crème dépilatoire rose. Elle l'étale sur le bas de son visage. La pose devrait durer environ trois minutes. Pendant qu'elle attend, elle remarque des petits points noirs sur son nez. Il s'approche du miroir et les écrase fermement car les pores de la peau insistent pour retenir la saleté. Le nez est rougi. Un vaisseau capillaire se rompt et s'élargit en une tache rouge sur la peau. Elle sent une brûlure. Ce n'est pas le capillaire. Cela fait dejà dix minutes que la crème est en pose. Avec une spatule, elle l'enleve rapidement. Elle se lave et se nettoie à fond. La peau du visage est congestionnée et enflammée. La femme prend une crème hydratante dans l'espoir d'être soulagée. En approchant le visage au miroir, elle remarque deux nouvelles rides verticales assez marquées sur ses joues. Elle met ses lunettes. Elle s’approche du miroir rond pour mieux les regarder. Elle découvre qu'en réalité, un réseau dense de nouvelles petites rides s'est formé aux commissures des lèvres. Son désespoir augmente. Elle s'asperge de crème hydratante car la brûlure ne s'en va pas. Elle laisse tomber ses cheveux. Elle sort de la salle de bain. Se rend à la porte d'entrée. Elle l'ouvre pour récupérer un pack d'eau oublié à côté du paillasson. Pendant qu'elle se penche, une des quatre portes du palier s'ouvre. Sa voisine, celle qui est secrétaire chez l'avocat. La femme voit successivement des chaussures à talons, des jambes lisses et à peine brunies, une jupe moulante. En se redressant, elle rencontre le regard de sa voisine. Elle lui sourit. Des dents très blanches, des lèvres avec un voile de rouge à lèvres, une peau et une carnation parfaites, les cheveux, une coupe fraîche et une couleur impeccable. Une régurgitation de haine lui remonte de l'estomac...

 

SCÈNE 6 - Extérieur, porte - Femme seule 2 - début avril

Une femme place un bac jaune pour le plastique à côté d'autres bacs jaunes sur le trottoir. Il est environ 10 heures du soir. La lumière jaune-orange de l’éclairage public inonde la rue, les façades, les palmiers. La femme revient sur ses pas jusqu’à la porte d'entrée du bâtiment où elle habite. L'air est exceptionnellement chaud. Une agréable brise souffle et fait trembler les feuilles des palmiers. La femme s'appuie contre le montant de la porte et regarde vers la mer. Des mouettes tournent parmi les toits. La femme sort une enveloppe en cuir de sa poche. Elle roule une cigarette, l'allume. Elle respire. Elle laisse ses bras le long de son corps, en tenant la cigarette entre ses doigts. Elle ferme les yeux. Sent l'air. Elle ouvre les yeux. Sourit. Personne dans les environs. D’une fenêtre à proximité, le son d'une télévision se fait entendre.

 

SCÈNE 7 - Extérieur, ruelle - Deux pushers - fin mars

Ruelle près d'un parking. Une femme avec un sachet de médicaments. Deux hommes discutent contre un mur. Elle les dépasse. On entend le clic d'un briquet. Un instant après, une odeur de haschisch. La femme se retourne et les regarde. Ils la regardent en retour. Ne recevant aucun signe de sa part, ils reprennent leurs affaires. On entend l'un d'entre eux dire : “C’est bon de fumer en ce moment, mieux que les psychotropes".

 

SCÈNE 8 - Extérieur, rue piétonne - Femme avec masque – mi-avril

Une femme passe, pas très grande, manteau rouge, foulard, cheveux noirs corbeau gonflés et crêpés. Le masque est remonté au milieu de sa tête comme un petit chapeau. C'est dommage de ne pas pouvoir la prendre en photo. Elle a surclassé toutes les tentatives pour transformer un dispositif sanitaire en accessoire de mode.

 

SCÈNE 9 - Extérieur, rue – Masques supendus et draps peints - fin avril

Les voitures redémarrent. Pas le trafic habituel mais une animation qui est étrange après tant de silence et d'absence de mouvement. On a réduit les restrictions. Les gens ont envie de sortir, même si c’est avec prudence. S’inventer un prétexte de nécessité pour prendre la voiture et rouler sans entrer en contact avec les autres est en tous cas libérateur. Le regard se porte sur les façades des maisons, les fenêtres, les balcons. Sur les cordes à linge, à la place des drapeaux de la paix, des tee-shirts rouges, du drapeau national, des banderoles Vérité pour Giulio Regeni, il y a des masques chirurgicaux à côté du linge, et des draps avec hastag Je reste à la maison, hastag Tout ira bien, hastag Nous y arriverons.

 

SCÈNE 10 - Extérieur, trottoirs - File d'attente au bureau de poste - début avril

Une file d'attente s'est formée à l'extérieur du bureau de poste. Quatre personnes. Tous portent des masques et deux femmes portent également des gants en latex. Les deux femmes se connaissent et discutent à distance de sécurité.

R : ...en fait, je ne comprends pas ceux qui insistent pour ne pas porter de gants et ni de masques.

B : Ils sont égoïstes. Certaines personnes respectent les règles et d'autres non. Ils me mettent en colère. Ce n'est pas juste. Pourtant, on a dit dans toutes les langues que les masques et les gants sont utiles pour combattre le coronavirus.

R : Tu as raison. Je ne les supporte pas non plus. De toute façon, c'est leur affaire s'ils tombent malades. Ils ne veulent pas comprendre. Moi qui vis seule, je garde aussi mon masque et mes gants à la maison.

B : Et tu fais bien. Je le fais aussi. S'ils servent, il faut les garder le plus longtemps possible.

Il faudrait intervenir, leur dire quelque chose. Mais quoi ?

 

SCÈNE 11 - Extérieur, parking - Réunion clandestine - fin mars

Quartier résidentiel à circulation limitée. Je suis assise dans ma voiture sous la maison. Une femme arrive en voiture et se gare. Une quarantaine d'années. Elle ne me remarque pas. Quelques minutes plus tard, une autre voiture arrive. Une autre femme conduit. Environ soixante-dix ans. Elle se gare elle-aussi. La première femme ouvre la porte de sa voiture, sort, et, derrière son masque, salue la deuxième femme qui est également sortie de la sienne. Bonjour, maman.

Carla, salut, comment vas-tu ? lui répond la mère avec un sourire. Elle demeure cependant à quelques mètres de distance. Ma fille, je vais bien, et toi ? Bien, bien, ne t'inquiéte pas. Elles se taisent, elles ont l'air gênées. Puis la fille dit : Enlevons les masques, pour que nous puissions nous voir. Et elles se l'enlèvent, même si la mère ajoute : Tu es sûre ? Oui, je suis sûre. Puis la fille se dirige vers elle, l'embrasse, lui caresse la tête, la baise sur le front. La mère est heureuse.

 

SCÈNE 12 - Intérieur, chambre - Appel téléphonique de la direction générale de la police - fin avril

La femme est assise sur le lit quand le téléphone sonne.

A : Bonjour, êtes-vous Mme Rossi ?

B : Oui, c'est moi.

R : Vous êtes venue au poste de police, il y a deux jours, pour porter plainte ?

B : Oui.

A : Vous savez que c'est interdit ?

B : Que voulez-vous dire ?

R : Il s'agit d'une usurpation d'identité en ligne. C’est la compétence de la police postale.

B : Oui, bien sûr, en fait j'ai appelé la postale mais comme ils sont loin de chez moi et qu'ils n'ouvrent que le mercredi et que j'habite à deux cents mètres du quartier général de la police, ils m'ont dit de tout écrire et de porter la plainte au quartier général de la police où elle leur serait transmise.

R : Ils ont fait une erreur. Quoi qu'il en soit, vous avez enfreint la loi en venant au quartier général de la police.

B : Enfreint la loi ?

R : Il existe une obligation de quarantaine. Je dois vous infliger une amende.

B : Une amende ? Pardonnez-moi mais, avant de venir, j'ai téléphoné au quartier général de la police, en expliquant tout et on m'a dit de venir déposer la plainte. Je suis venue au bureau du concierge et j'ai attendu qu'un de vos collègues m'enmène dans un bureau. Il a pris la plainte, l'a tamponnée, m'a fait signer et m'a dit que tout serait  transmis à la police postale.

R : Vous ne pouviez pas venir au poste de police de toute façon. Il est interdit de quitter son domicile, sauf en cas de nécessité avérée.

B : Excusez-moi mais, outre le fait que j'habite à deux cents mètres du poste de police et donc à une distance actuellement autorisée pour une promenade quotidienne, vous me dites que je peux aller au centre de la ville pour acheter des cigarettes mais que je ne peux pas venir déposer une plainte pour usurpation d'identité, d'autant plus qu'on demande de l'argent à tous mes contacts en mon nom ? N'est-ce pas une nécessité que je veuille me protéger et protéger les autres des conséquences d'un acte criminel ? Vous allez donc me donner une amende ?

R : C'est exactement ce que je vous dis.

B : Pardon mais j'ai fait ce que la police postale et vos collègues du quartier général de la police m'ont dit de faire. Sur la base de ce que vous dites, aurais-je dû remettre en question les déclarations des représentants des institutions ?

Silence

B : Êtes-vous toujours en ligne ?

A : Oui

B : Et alors ?

R : Ils ont fait une erreur à la police postale et mon collègue a fait une erreur aussi. Mais vous n'auriez quand même pas dû venir car les dispositions de quarantaine sont du domaine public.

B : Attendez, sans vouloir être irrespectueuse, je pense que vous devriez vous éclaircir les idées entre vous. Je n'ai rien fait de mal lorsque j'ai suivi vos instructions.

R : Vous auriez dû aller à la police postale.

B : Eh, non, d'après ce que vous avez dit jusqu'à présent, je n'aurais pas dû y aller non plus...

R : Exactement. Allez-y la semaine prochaine, après le 5 mai. Et cette fois, nous ne vous donnerons pas d'amende. Au revoir.

B : D'accord. J'abandonne. Au revoir.

La femme demeure assise sur le lit et médite sur le sens de l'existence.

 

 

SCÈNE 13 - Extérieur - Rue piétonne - Humanité - début mai

Un homme et une femme discutent sur le trottoir devant un marchand de fruits et légumes. Ils ne se sont pas rencontrés depuis un certain temps. Il lui demande comment elle va et comment les choses se passent. Elle répond qu'elle a maintenant épuisé ses quelques économies, qu'elle n'a pas payé le loyer du mois en cours, qu'elle ne pourra pas payer les factures à venir, que si elle avait du mal à trouver un emploi auparavant, ce sera plus difficile maintenant, étant donné la situation générale. Elle ne sait pas combien de temps encore elle pourra faire ses courses. Un deuxième homme, à côté, faisant la queue devant un magasin, entend la conversation et intervient poliment, demandant à la femme si elle sait qu'elle peut aller à la mairie pour obtenir une aide financière. La femme remercie et répond que oui, elle le sait et l'a déjà demandée, mais l'aide va uniquement à ceux qui ont perdu leur emploi depuis janvier de l'année courante. L'homme exprime son regret et retourne dans son coin. Après quelques instants, il s'approche à nouveau et discrètement, sur la pointe des pieds, et il demande à la femme s'il peut se permettre de lui offrir les courses. Il la persuade avec gentilesse d'accepter de l'argent qu'il lui met dans la main. Tout ce qu'elle peut dire, c'est merci. Même si elle est cachée par un masque et des lunettes, il est clair qu'elle pleure. Elle soulève ses lunettes. Elle continue à le regarder et à le remercier avec les yeux alors qu'il s'éloigne avec la même discrétion avec laquelle il s'est approché d'elle. Elle n'a pas demandé son nom. Elle ne lui a même pas dit le sien. Il y a juste ce visage à garder en mémoire. Le visage d'un Homme.

SCÈNE 14 – Intérieur, salon- Femme seule 3

Les volets sont fermés. Aucune lumière ne filtre de l'extérieur. Les lumières du salon sont allumées. Une jeune femme est assise sur le canapé. Sur le bord du canapé, pour être exact. Le dos courbé, les coudes posés sur les genoux, elle regarde devant elle. Les traits du visage sont tirés. Son compagnon l'a quittée quelques jours avant le début de la quarantaine. Elle n'a pas vu d’amie ni de parent depuis cinq semaines maintenant. Quelqu'un à qui parler, se défouler, établir un contact. Juste quelques contacts professionels. La jeune femme est vétérinaire et fait des visites à domicile. Pendant l'isolement, elle s'est totalement consacrée aux soins de son vieux chien, fidèle compagnon de toute une vie. Vieux et malade. Une grave pathologie neurodégénérative. La jeune femme, en tant que médecin, connaît la différence entre soins et acharnement thérapeutique. C'est pourquoi, quelques jours auparavant, elle a décidé d'endormir le chien. Comme elle est médecin, elle a obtenu de le faire enlever et incinérer. Sur la table basse devant le canapé, il y a une boîte en bois blanc avec à l'intérieur les cendres du chien.

 

 

SCENE 15 - Extérieur urbain - Travailler

Tôt le matin. Rues désertes. En plein lockdown. Deux hommes et trois femmes à l'arrêt de bus.

Leurs traits font penser à des sud-américains. Les hommes. L'un est un soignant, il vient de terminer le travail de nuit et va aider son fils à peindre un appartement, le second soignant également a aussi terminé sa nuit et va rejoindre un autre vieillard pour s’en occuper durant le jour. Les femmes. L'une d'entre elles rentre chez sa sœur pour ses deux premiers jours de congé après avoir passé cinq semaines consécutives à s'occuper d'une vieille dame 24 heures sur 24. L’autre se trouve dans le deuxième des trois transports publics qu'elle doit emprunter chaque matin pour se rendre à son travail. Elle se lève à quatre heures pour arriver à temps à huit heures. La derniere femme travaille sept jours sur sept. Elle assure le remplacement d'autres soignants lors de leurs jours de repos.


SCÈNE 16 - Extérieur – Promenade – mi-avril

Après plus d'un mois de quarantaine, la première petite promenade à deux cents mètres de chez soi. La femme est assise sur les escaliers de l'église pour profiter du soleil de l'après-midi.

Cela va ressembler à un blasphème, mais tout semble parfait.

L'autoroute et la Via Aurelia silencieuse, la mer libre, le ciel aussi.

 

SCÈNE 17 - Extérieur, ville - Vent

Quarantaine totale. Panique totale. Les rues sont désertes. Les fenêtres fermées. Un vent fort balaie les rues, serpente dans les ruelles, se tortille dans les coins. Des tourbillons de feuilles et de papier, de gants et de masques chirurgicaux.

  

  

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